I tre protagonisti del racconto della leadership (cominciando dal basso) : Il Caporale

Il Caporale è il primo dei tre personaggi che danno il titolo al mio libro con cui mi interrogo sulla leadership dei manager italiani (vista da tutti quelli che “stanno in basso”, alle dipendenze di un qualche manager della immaginaria Multinazionale (di Sesto Sa Giovanni), il Capo, il Caporale e il Leader per l’appunto, che idealmente identificano i differenti modi dei manager di interpretare il ruolo direttivo ad ognuno di essi attribuito, sulla base del diverso modo di “stare in azienda” di ognuno di loro,

Comincio ad introdurre il personaggio del Caporale, un manager che, almeno nella mia esperienza, normalmente si ritrova nella parte medio-bassa delle strutture manageriali della Multinazionale.

Naturalmente il riferimento è alla domanda «Siamo uomini o caporali?», pronunciato da Totò nell’omonimo film del 1955, ed alla figura del caporale ivi teorizzata e descritta, peraltro in senso generale e non con specifico riferimento alle organizzazioni aziendali, che ho utilizzato qui come mero archetipo di un deprecabile comportamento manageriale.

«Siamo uomini o caporali?», è il famoso interrogativo pronunciato da Totò nell’omonimo film del 1955, secondo cui i caporali «sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque».

Premettiamo fin da subito che ai giorni nostri, o quantomeno nella Multinazionale (di Sesto San Giovanni), il Caporale di solito non è un carrierista sfegatato, far troppa carriera infatti vorrebbe dire mettersi in mostra con il pericolo che qualcuno molto sopra di lui si accorga della sua esistenza e soprattutto dei suoi limiti.

Considerato che l’obiettivo principale del Caporale è quello di conservare quello limitato spazio di potere che, in un modo o nell’altro, si è guadagnato all’interno della Multinazionale, in realtà la sua attenzione è principalmente rivolta soltanto a quello che succede all’interno del microcosmo aziendale che più immediatamente lo circonda.

E così il Caporale guarda per prima cosa ai manager che nella gerarchia aziendale stanno sopra di lui per seguirne pedissequamente le direttive, intuirne e, se per lui possibile, assecondarne le aspettative e, se del caso, proprio per cogliere le loro rispettive idiosincrasie e comportarsi di conseguenza, senza però dimenticare i manager che gli stanno accanto per assicurarsi che non mettano in discussione le sue prerogative e non invadano la sua area di responsabilità, o, per meglio dire, di potere, per quanto limitato sia …).

Quelli che stanno sotto? Il più delle volte il Caporale li considera dei gregari da controllare, a volte fino a divenire un micromanager compulsivo, e ai quali dare ordini, in fin dei conti per il Caporale sono i suoi dipendenti che devono ascoltarlo e non viceversa

Per il Caporale la sua collocazione ideale all’interno della gerarchia aziendale è a livello medio-basso, possibilmente in una specifica nicchia appena sufficientemente importante da garantirgli il grado e le prebende di un manager, seppur di basso livello, ma isolata abbastanza da perdersi all’interno della Multinazionale (di Sesto San Giovanni) e quindi tale da garantirgli una sorta di tranquilla anonimità che gli consente di non essere coinvolto in decisioni “difficili” o in progetti sfidanti.

A volte è però lo stesso Caporale l’artefice della propria disgrazia, il che accade quando, troppo preso dalla propria autorità, il Caporale, più che accontentarsi di ringraziare il caso, la fortuna o la raccomandazione che gli hanno consentito di raggiungere una posizione di un qualche rilievo all’interno della Multinazionale e sovente troppo abituato a criticare chi gli sta sotto e, sommessamente, anche chi gli sta accanto nella organizzazione aziendale, inizi ad agitarsi per dimostrare ai manager che occupano posizioni più importanti nell’organizzazione aziendale le competenza e le capacità manageriali di cui si si è convinto di essere dotato.

È questo quello che è stato definito «l’effetto Dunning Kruger” (distorsione cognitiva, a causa della quale persone incompetenti o poco competenti in un dato settore tendono a sopravvalutare la propria abilità)», dal nome dei due studiosi americani dell’Università di Pittsburgh che lo hanno teorizzato , e, ove il Caporale inconsciamente ne sia vittima, finisce per essere la nemesi di sé stesso, perché un pericolo sempre latente è che qualcuno, posizionato molto più in alto, si interessi troppo di lui e alla fine si domandi, e domandi al manager responsabile della Direzione Human Resources, «Ma questo chi è, chi l’ha messo lì?». Per il Caporale è l’inizio della fine …

Marco Bianchi © 2025 – Tutti i diritti riservati